Renzi, il sindacato unico e la legge sulla rappresentanza

Intervenuto alla trasmissione di Enrico Mentana (Bersaglio Mobile, La7), il premier lancia l'idea di sindacato unico - 25/05/2015 , di Giuseppe Sabella

Con tempismo perfetto, dopo le novità in arrivo da Torino circa le restrizioni allo sciopero apportate dal rinnovo contrattuale di Fiat-Chrysler – che come abbiamo scritto sortiranno effetti importanti – Matteo Renzi annuncia in TV la sua idea per il rinnovamento del mondo sindacale: “Mi piacerebbe arrivare al sindacato unico, a una legge sulla rappresentanza sindacale e non più a sigle su sigle”.

Le sue dichiarazioni non potevano certo passare inosservate tanto che, nel giro di poche ore, gli hanno risposto Susanna Camusso e Annamaria Furlan.

Le dichiarazioni di Renzi non sono casuali, il premier ha perfettamente compreso che la popolarità del sindacato è ai minimi storici e, come Marchionne, ha deciso di colpire le prassi consolidate di una ritualità spesso improduttiva e populistica.

Renzi ce l’ha con il sindacato in quanto tale e lo vuole eliminare? È un nemico della democrazia sindacale? Chi scrive crede di no, ma lo capiremo meglio seguendo gli sviluppi di questa fase decisiva per il lavoro.

C’è però da fare qualche distinguo: quando parliamo di sindacato parliamo innanzitutto di contrattazione, il sindacato nasce per contrattare. In Italia abbiamo circa 400 contratti e – dopo la recente e felice ricomposizione del settore bancario – l’unica frattura resta quella della metalmeccanica, settore da sempre conflittuale anche a livello europeo. Questo per dire che, al di là dei problemi che riguardano rappresentatività e rappresentanza dei sindacati di categoria (devono avere il 5% e molti non lo hanno), questi continueranno ad esercitare la loro funzione e, anzi, con lo sviluppo della contrattazione aziendale il loro ruolo crescerà. C’è per questo da auspicare che cresca anche la loro abilità di contrattare, e ciò per due motivi fondamentali: in un’ottica di contrattazione aziendale, se non cresce capacità contrattuale non crescono redditività e produttività ma, semmai, tensioni e possibili conflitti; in secondo luogo, il welfare di stato sarà sempre meno, le risorse sono sempre meno: è proprio dalla contrattazione collettiva (nazionale o decentrata è un altro discorso) che ci si attende la crescita di soluzioni innovative di welfare. Gli esempi non mancano, si pensi a Luxottica; consideriamo anche che alcuni sindacati di categoria, pur nella logica di un sistema spesso poco dinamico, hanno espresso soluzioni contrattuali di alto livello, apprezzate anche in Europa: è il caso della chimica.

Molto più problematico, invece, lo spazio sindacale delle confederazioni: è qui che si annidano le criticità maggiori ed è qui che Marchionne prima – non è solo la Fiom il suo problema – e poi Renzi sono andati a colpire.

Le ragioni sono molto semplici e il dado è tratto, indietro non si torna. Per troppo tempo il mondo interconfederale ha difeso la sua autoreferenzialità e la sua poca capacità di dare risposte concrete in nome di accordi tra le parti dell’impresa e del lavoro. Marchionne ha rotto questo tabù: il caso Fiat ha dimostrato che si può contrattare al di fuori del sistema e la Giustizia italiana ne ha dato piena legittimazione. Ciò segna la fine di un’era; ma, nell’inconsapevolezza generale, ne è iniziata un’altra. È qui che vanno trovati nuovi equilibri su cui le parti stanno lavorando. Quale spazio per le confederazioni sindacali? Quale sarà la loro funzione?

È giusto quindi interrogarsi sul futuro del sindacato (anche datoriale) e sulle regole della rappresentanza: saranno gli accordi o la legge a definirne la disciplina? Se il sindacato unico “esiste solo nei regimi totalitari”, Susanna Camusso ci spieghi però che senso ha oggi la tripartizione sindacale. Il diritto del lavoro è uno o è tripartito? L’argomentazione del pluralismo sindacale non è sufficiente, non convince più nessuno. Servono altre risposte.

 

Articolo pubblicato anche da IlSussidiario.net il 25.05.2015

 

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