Pil e lavoro / Il dossier che i sindacati non possono più eludere

La sfida della contrattazione per la crescita economica e la certezza della rappresenza - 19/11/2017 , di Giuseppe Sabella
La crescita registrata in questi giorni da ISTAT (pil +0,5% nel terzo trimestre e +1,8% su base annua) induce certamente un po’ di ottimismo per la nostra economia - sono i dati migliori dal 2011 - ma invita gli attori a rafforzare il proprio impegno: si tratta di dati incoraggianti ma modesti; non si cresce insomma del 3,5%.
Ciò detto, oggi le imprese possono contare su strumenti e agevolazioni innovative: non si tratta di novità assolute, ma gli incentivi ora strutturali per i premi di produzione e quelli per l’innovazione prevista dal piano Industria4.0 sono qualcosa di nuovo nella nostra politica economica.
La partecipazione al lavoro è la chiave fondamentale per attraversare la trasformazione: non solo perché questa è incentivata - defiscalizzare accordi sul salario di produttività significa naturalmente puntare sulla partecipazione - ma soprattutto perché è fondamentale che il ruolo delle persone nei luoghi di lavoro sia progressivamente più attivo e consapevole. Non a caso, la nuova industria - l’Industry4.0 - è anche detta la “la fabbrica intelligente”.
Al punto in cui siamo, e in assenza di una riforma fiscale degna di questo nome - la vera riforma di cui questo paese ha bisogno -, è chiaro che gli strumenti in campo diventano fondamentali per la crescita e, di conseguenza, anche il ruolo di chi contratta risulta cruciale, se mai ve ne fosse stato il dubbio.
Quali sono gli spazi della contrattazione in particolare di secondo livello? Posto che questa può essere sia aziendale che territoriale, va da  se che - nel primo caso - tutto ciò che è organizzazione del lavoro, formazione delle persone, welfare aziendale e, naturalmente, crescita della produttività del lavoro (e della premialita variabile) debba essere messo al centro di un negoziato; nel secondo caso - cosa che però non incontra i favori soprattutto della parte datoriale - quelle aziende che non fanno contrattazione diretta - in particolare le piccole - possono trovare un utile supporto per regolare la premialita variabile e, anche, il welfare integrativo.
Il ruolo di chi contratta è naturalmente chiamato non solo a un maggior protagonismo ma anche ad un salto di qualità: se le regole si scrivono in azienda, è chiaro che questo chiede contrattualisti sempre più preparati.
È singolare che questo momento di forte peso che acquistano le relazioni sindacali sia accompagnato dal fenomeno della proliferazione dei contratti collettivi nazionali che ha raggiunto livelli abnormi: sono ad oggi 868 i contratti infatti depositati al CNEL di cui 500 presentano minimi retributivi più bassi anche del 30% rispetto a quanto definito nel perimetro delle Confederazioni maggioritarie. Il Testo Unico sulla Rappresentanza (2014) ha da questo punto di vista avuto un effetto molto debole e, come abbiamo già scritto tempo addietro su queste pagine, solo una legge sulla rappresentanza può sanare questo vulnus fissando una volta per tutte criteri e requisiti di rappresentatività. Si dice che prima di Natale possa arrivare quell’accordo interconfederale che manca dal 2009: posto che di regole per la contrattazione non si avverte un particolare bisogno - i contratti di settore ormai sono stati rinnovati - ci chiediamo se nell’ambito di un nuovo accordo generale sarà affrontato questo problema, magari delegando il legislatore. È il tema che le Confederazioni sindacali, in particolare quelle che rappresentano il lavoro, non possono più eludere.
Per il resto, pare oggi anacronistico che al centro dei contratti non vi siano le professionalità e le competenze delle persone ma, ancora, la massificazione dei rapporti di lavoro. Anche questo è un aspetto della trasformazione che le Confederazioni sindacali potrebbero stimolare in modo forte, almeno in qualche ambito ristretto e sperimentale.
 
Twitter @sabella_thinkin