Società aperta e sindacato - Emilio Miceli (Cgil)

Articolo pubblicato da Fortebraccio - blog indipendente di informazione sindacale - 09/07/2019 , di Emilio Miceli
Ho letto con interesse, e ne consiglio la lettura, il libro scritto da Giulio Giorello, filosofo “popperiano” e allievo di Ludovico Geymonat, e Giuseppe Sabella, analista studioso dei fenomeni sociali. "Società aperta e lavoro" (Cantagalli editore) ci dice del presente e del futuro, del rapporto tra politica e società; ci conduce con mano dentro un percorso irto di ostacoli: la fine della democrazia? La nuova e più prepotente autosufficienza della politica, ci dicono gli autori, ha come unica possibile alternativa quella di una società aperta più che liquida, nella accezione di Bauman, cioè priva di solidi ancoraggi sociali, globalizzata e fortemente pervasa dalla spinta bulimica al consumismo, unico baricentro dell’egoismo di questo tempo.
Del resto, la storia del mondo ci suggerirebbe già di mantenere la strada del multiculturalismo, del cosmopolitismo e, come ci dicono ancora gli autori, attraverso direttrici chiare: competenza e innovazione, giustizia sociale e libertà. Se si vuole combattere l’oscurantismo sovranista sarà necessario restituire vitalità a questi valori. A meno di tragedie di tipo “malthusiane”, come affrontare il tema del sovrappopolamento delle aree più disgraziate e della denatalità di quelle più fortunate? E chi può cogliere, se non il lavoro e l’impresa, ci dicono ancora, la necessità di spingere sull’innovazione e scommettere sulla società aperta? Con quali attrezzi, dunque, misuriamo i due grandi temi del secolo: la prospettiva di un continente, quello africano, che tra pochi decenni sarà popolato da 2,5 miliardi di persone ed il sovranismo, che restituisce sì centralità alla politica di fronte al liberismo degli ultimi decenni, ma lo traduce in una prospettiva egoistica e nazionale, violenta, carica di sopraffazione. E in questo processo toccano, gli autori, i nervi scoperti del mondo cattolico: la paura dell’Islam, o se volete il fanatismo islamista, usato come una clava per sconvolgere il presente.
Ed il nostro paese, che avrebbe bisogno di essere europeista più di tanti altri, perché siamo tutto sommato un paese piccolo, si scopre, in questo contesto, radicale e chiuso. Certamente, la rottura del ceto medio, in quanto plancia di comando del paese, ci dice che i fenomeni sociali alla lunga prevalgono su quelli politici, etici, valoriali.
Aggiungo che l’Europa ha il modello più avanzato di democrazia ed una società aperta ad innovazioni profonde ha bisogno di sperimentarle intanto attraverso i modelli democratici. Come pensiamo di governare gli effetti della digitalizzazione e della automazione, l’intelligenza artificiale ed i big data fuori da un contesto democratico? Oggi crisi economica e crisi di valori, nel loro intreccio, mettono a dura prova la prospettiva di pace e le libertà di centinaia di milioni di persone, solo a prendere come riferimento la sola Europa.
Il lavoro è al centro del libro: gli autori si domandano se l’angolazione giusta per definire il lavoro fosse il suo valore alienante del giovane Karl Marx piuttosto che l’idea di Marcuse, e cioè come tempo sottratto alla realizzazione dell’individuo.
Quindi il lavoro è valore o disvalore? Mi permetto di osservare che il lavoro deve avere almeno un limite che temo si stia oltrepassando: serve alla vita ma non può essere tutta la vita. Credo che qui stia il valore più vero della ripresa di una battaglia, culturale e sociale, per la riduzione degli orari di lavoro.
Infine, la digitalizzazione. Mi è piaciuta la descrizione ma non riesco a pensare che la storia della economia in rapporto con l’uomo sia continuamente segnata da fratture profonde. Che il “valore della distruzione” sia l’unico a fare nascere il nuovo. In tutte le rivoluzioni industriali, che sono ben delineate dagli autori, c’è sempre stato un filo sottile che ha legato l’oggi ed il domani. Tutto sommato quella vecchia borghesia e quel vecchio proletariato erano in conflitto a causa della proprietà privata, ma legati anche dall’uso comune dei mezzi per produrre.
Avevano sviluppato conoscenze e legami attorno a quella macchina. Il superamento di quelle fasi, di quelle industrie, ha sempre portato il segno di un destino comune, di un comune superamento. Ad ogni acquisizione tecnologica sono cambiati gli operai e i “padroni”. Oggi il capitalismo sembra essere di Stato, altro che proprietà privata dei mezzi di produzione del giovane Marx! Alla fine, però, si è sempre trovato un compromesso tra capitale e lavoro. “simul stabunt simul cadent”.
Forse la novità vera di questo tempo, se guardo alla parte più ricca del mondo, sono gli “outsider”. Masse crescenti senza classificazione sociale precisa, talvolta istruita, che sono stabilmente escluse dai processi di accumulazione e di redistribuzione. Sarà necessario dedicare a questi fenomeni più tempo e tentarne una lettura appropriata. Cambia il paradigma della società, cambia la politica, dovrà anche cambiare il sindacato. Ho comunque fiducia che organizzazioni frequentate da milioni di persone alla fine sapranno trovare il modo per legare chi è tradizionalmente dentro i processi produttivi e chi ne è, oggi, stabilmente fuori.
Oggi questo è il tema fondamentale non solo del sindacato, ma della sopravvivenza della democrazia.
 
Emilio Miceli – Segretario Confederale Cgil Nazionale