Sarà il sindacato a stimolare l’innovazione? (dal Foglio)

Domande sull’evoluzione industriale quando l’antisviluppismo è al governo. Estratto dal libro “Società aperta e lavoro. La rappresentanza tra ecocrisi e intelligenza artificiale” (Cantagalli, 2019) - 14/07/2019 , di Giulio Giorello e Giuseppe Sabella

La principale funzione del sindacato – dal greco syndikos, unione di syn (insieme) e dike (giustizia) – è quella di essere attore della trasformazione e di contribuire a tenere insieme economia e società, compito che oggi è assai rilevante per le sfide che abbiamo davanti. I primi modelli di trade union nascono quando sorge la società industriale che porta le persone dalla campagna alla città e i rapporti di lavoro emergenti chiedono nuove forme di regolazione. Il sindacato è mosso da un ideale partecipativo che ha come fine quello di arginare il potere del capitale e di tutelare gli interessi dei lavoratori attraverso lo strumento del contratto. In sintesi, il sindacato nasce per guidare le trasformazioni del lavoro in atto attraverso la pratica della contrattazione.  

Il sindacato può oggi giocare un ruolo fondamentale per rinnovare il processo della democrazia rappresentativa. La tecnologia, in particolare l’intelligenza artificiale, sta cambiando la nostra vita e ciò non vale soltanto per i processi dell’economia. Vale per tutto, compresa la dinamica dei processi democratici. Non a caso viene di nuovo evocato il fantasma della democrazia diretta e, stando ai suoi fautori, il Parlamento non servirebbe più a nulla. E’ evidente che, così com’è, il Parlamento vada ripensato: da troppo tempo si governa attraverso lo strumento del decreto legge, e questo è sintomo della debolezza del potere legislativo. Tuttavia, il potere esecutivo (il governo) si è preso uno spazio che va ridimensionato. E un sindacato più forte e più autorevole può riequilibrare questa situazione. Del resto, o tale riequilibrio avviene o il sindacato sarà destinato all’irrilevanza. Il sindacato non ha affatto rinunciato alla sua natura associativa e assembleare; per qualcuno questa sarebbe una debolezza – perché il processo decisionale non è immediato –, ma produce partecipazione. E ciò indubbiamente costituisce un punto di forza che va valorizzato nell’ottica del riequilibrio dei poteri e della tenuta sociale.  

Certamente vanno velocizzati i processi, ma ciò dipende, anche, dalla condivisione di un nuovo orizzonte programmatico: c’è da accrescere i salari e migliorare la qualità del lavoro. E, da questo punto di vista, Industry 4.0 è una grande opportunità. Industria 4.0 significa cyber physical system e implica il passaggio dall’automazione all’intelligenza applicata ai sistemi produttivi; non più la semplice robotizzazione (datata anni Settanta), ma la transizione alla fabbrica intelligente dotata della capacità di recepire ed elaborare stimoli esterni. L’industria è sempre più servizio, e se non si interviene in senso regolativo sull’emergere dei nuovi lavori si alimentano tendenze anti industriali. L’orizzonte 4.0 riguarda, infatti, anche la galassia dei nuovi lavori che si sono generati con l’irruzione del digitale e con la sua propensione a creare servizi: si pensi ai fenomeni dell’economia on demand come Uber, il car sharing, i rider.  

Le nuove forme di lavoro iniziano il loro viaggio dall’orizzonte del precariato verso le protezioni sociali: anche questa è società aperta. Contrariamente ai messaggi allarmistici della politica sovranista – “migranti e robot ci rubano il lavoro!” – il sindacato contribuisce, operando per l’integrazione nel lavoro, alla società aperta. Chi individua nemici è invece per la società chiusa e non fa un buon servizio a nessuno. La politica non è una forma di nuova religione, ma è servizio alle persone.

Industry 4.0 significa nuovi modelli di produzione, competenze, formazione, organizzazione del lavoro, work-life balance, welfare aziendale, contrattazione di secondo livello, sicurezza, sostenibilità ambientale… Bisogna riuscire ad abbracciare il cambiamento, uscire da una cultura difensiva e tecnofoba oltre che fare in modo che la burocrazia non risulti ostacolo alla trasformazione.

La tecnologia cancellerà molte posizioni lavorative, ma ne creerà di nuove. C’è tuttavia un intervallo di tempo in cui l’occupazione si ricrea – tra la parte distruttiva e la rigenerazione del lavoro – che non è scontato. L’Ocse dice che avremo disoccupazione tecnologica più alta della Germania, ma non per colpa della tecnologia, perché la valutazione poggia sulle politiche pubbliche in Italia e in Germania, dove – per esempio – il governo ha stanziato risorse importanti nella formazione dei rappresentanti sindacali per renderli più competenti e capaci di un ruolo di anticipazione del cambiamento.

Corea del Sud e Giappone sono i Paesi con il più alto tasso di tecnologia applicata e i più bassi livelli di disoccupazione: evidentemente, non è la tecnologia che cancella il lavoro; consideriamo anche l’impatto dell’Industria 4.0 sulla produttività del lavoro: molti casi di ristrutturazione e di rilancio di aziende importanti (vedi i casi Fiat, Whirlpool, Bekaert, Honeywell, ecc.), poggiano sulla base di innovazioni tecnologiche che hanno permesso di crescere la produttività e di ristabilire un nuovo equilibrio dentro imprese che lo stavano perdendo.

Il paese è molto forte sulle tecnologie abilitanti dell’Industria 4.0 ma debole nella loro integrazione perché, come al solito, siamo poco capaci di “fare sistema”. Ci vorrebbe un disegno politico condiviso, ma ne siamo distanti. Occorre comprendere che l’Industria 4.0 è il nostro futuro, e quindi è bene investire in tale direzione, giocando d’anticipo: la ricerca, la formazione delle persone e le competenze sono fattori strategici. La formazione è importante tanto quanto il salario. Il lavoratore deve diventare protagonista del processo produttivo e, per questo, la crescita delle sue abilità è necessaria. Il futuro è delle competenze delle persone. Dobbiamo lavorare per rendere le persone sempre più capaci ed esperte, perché questa è la chiave per far crescere l’industria oltre che le persone stesse. L’investimento su scuola e università – e il raccordo con il mondo del lavoro – sarà determinante.