Il lavoro e la svolta culturale necessaria

26/07/2019 , di Paolo Pirani
Io sono stato, sono e tenacemente rimarrò fortemente europeista, affinchè il vecchio continente ritrovi con efficacia le proprie radici che poggiano sui valori della solidarietà, della partecipazione condivisa, della responsabilità e fiducia nel futuro. Sono i sentimenti che ho provato dopo aver letto l’interessante libro “Società aperta e lavoro”, edito da Cantagalli, scritto dal filosofo Giulio Giorello e dal direttore di Think-industry 4.0, Giuseppe Sabella.
L’originale coppia di autori analizza i rischi non solo della democrazia continentale in una fase caratterizzata dalla crisi economica, da egoismi nazionali, da individualismi esasperati all’interno delle comunità sociali. In tutto questo approfondimento il valore dello stesso lavoro risulta fondamentale per dare certezze e dignità alla persona , ma è fondamentale che la stessa ritrovi centralità e spazio nel difficile contesto sociale in cui si muove e dove sempre più sopravvive, anziché vivere liberamente. Io sono fermamente convinto che occorra operare una svolta culturale rispetto all’imponente sviluppo tecnologico in atto. Le trasformazioni, soprattutto in ambito industriale, sono talmente veloci che si fatica a star loro dietro ed una buona formazione degli addetti dovrebbe essere continua, costante, senza termini prefissati purchè i lavoratori riescano a stare al passo dei tempi evolutivi. Ma una persona in fabbrica deve avere il tempo di produrre, oltre a formarsi. Il dramma di questo tempo che produce per quanto gli permettano i cicli produttivi e si forma ancor meno.  Insomma, ci vuole una vera e propria sfida antropologica in cui deve esser chiaro che la tecnologia non può rimpiazzare l’uomo, ma deve permettere che lo stesso possa acquisire competenze, autonomia e creatività dove lavora. Affinchè questo obiettivo sia possibile è necessario permettere alla produttività di espandersi senza pesare sul costo del lavoro. Ecco perché da tempo immemorabile il sindacato chiede investimenti pubblici e privati rivolti a strutture materiali ed immateriali, soprattutto in ambito industriale, ed in particolar modo rivolti al settore manifatturiero. Se questo passaggio riuscirà a compiersi in modo compiuto, allora sarà possibile realizzare una migliore organizzazione del lavoro che preveda lo sviluppo delle competenze professionali, la piena partecipazione dei lavoratori, una possibile riduzione dell’orario di lavoro, quest’ultima esigenza posta con vigore nel libro di Giorello e Sabella. E qui ritorna il bisogno di riuscire a conciliare la prospettiva nazionale con quella europea. Abbiamo sostenuto pubblicamente e votato nei nostri organismi sindacali delle precise richieste che vanno in questo senso. In sintesi: tolleranza zero nei confronti delle morti sul lavoro; spostamento del carico contributivo del lavoro a tempo determinato a quello flessibile; messa in sicurezza del territorio e del patrimonio abitativo attraverso un piano di azione di lungo periodo, finanziato con investimenti pubblico-privati; digitalizzazione del lavoro affrontando le conseguenti politiche di sostegno salariale, la riduzione dell'orario di lavoro; sviluppo della ‘green economy’; determinazione di una politica in ambito industriale sostenuta da titoli pubblici europei per finanziare gli investimenti infrastrutturali; riconsiderazione della missione istituzionale della Bce tendente alla stabilità monetaria e alla riduzione della disoccupazione; fissazione nel bilancio europeo dello scomputo della spesa per investimenti dal calcolo del deficit strutturale; vincolo all'avanzo commerciale corrente entro il 4% del Pil; rapporto Debito/Pil al 90%”. Si tratta di idee che potranno avere spessore nel dibattito interno ed internazionale se il sindacato riuscirà a mantenere una concreta autorità salariale nella contrattazione collettiva che svolge. Purtroppo, la proposta di salario minimo, avanzata da parti politiche che sono al governo del Paese, e un’analoga proposta sostenuta dall’attuale vertice della Commissione europea, appena eletto, minano il ruolo dei sindacati in Italia ed in Europa, perché vedono la politica sostituirsi alle libere intese tra le parti, depauperando il valore contrattuale di accordi che potrebbero portare benefici maggiori rispetto a quelli stabiliti per legge. Non ci sono altre scorciatoie, ma occorre ritrovare la via maestra per mettere al centro la persona: dobbiamo evitare che la paura si trasformi in odio, ritrovare i valori condivisi nella comunità sindacale come la giustizia sociale, la solidarietà, il bene comune, la prospettiva europea. Nei confronto quotidiano dovremo mettere da parte gli slogan e diffondere idee, piattaforme, posizioni strutturate a sostegno dei lavoratori. La lettura di “Società aperta e lavoro” ci esorta a proseguire lungo questa strada.
 
* Segretario generale della Uiltec nazionale